Con il comizio di Pontida del 1990 la Lega Nord rende espliciti i simboli della propria battaglia indipendentista inaugurando quel sovrapporsi disordinato di riferimenti al folklore dell’Italia settentrionale che sarebbe diventato riferimento per un elettorato che nelle elezioni del 1996 arriverà al 10,1%. Quella crescita è anche il risultato della capacità di Bossi di associare gli equilibri della politica parlamentare con un pantheon che si arricchisce via via del Leone di San Marco e del Sole delle Alpi, di Alberto da Giussano e delle bandiere delle regioni.
Sono gli anni dei comizi incendiari, degli slogan urlati da quei palchi che servono sia per mobilitare la base sia per rifinire il proprio messaggio politico. Nella campagna elettorale del 1992 Bossi evoca il mantra della battaglia contro “Roma Ladrona” mentre un anno dopo, a Curno, piccolo centro dell’hinterland di Bergamo a una manciata di chilometri da Pontida, è la volta del celebre “La Lega ce l’ha duro” con il gesto dell’ombrello a segnare in modo plateale la presa di distanza dalle stanze dei palazzi romani.
È una rottura con la tradizione politica della Prima Repubblica e con le sue forme che rappresenta la massima espressione dell’epica leghista, in una stagione in cui una parte dell’elettorato del nord si identifica con orgoglio nelle canottiere e nei sigari del proprio leader, ostentati per marcare la contrapposizione con i gessati e i completi dei parlamentari.